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Fecondità dei consacrati

   “La fecondità della vita consacrata”: è il tema che ha coinvolto i giovani in formazione negli Istituti e nei monasteri della Diocesi di Bergamo, il 24 gennaio 2015, a Ranica, presso il Centro di spiritualità e cultura “Geltrude Comensoli”, con la presenza della professoressa Rosanna Virgili.

 

Mi sembra di poter dire che questo laboratorio della vita consacrata è stato vissuto nel segno della bellezza.

Bellezza del luogo, la casa di spiritualità, immerso nel verde e contenente i mosaici dell’artista Marco Rupnik, che quando entri in cappella ti lasciano a bocca aperta.

Bellezza dell’incontro e della condivisione con altri giovani in cammino.

Bellezza della Parola di Dio spezzata e condivisa con competenza e passione dalla prof. Rosanna Virgili.

Bellezza del tema affrontato, quello della fecondità, che sta al centro di ogni vocazione umana e cristiana, approfondito attraverso alcune figure bibliche: Abramo ed Anna, Zaccaria ed Elisabetta, Maria e Maria di Magdala. Abramo e Anna, accomunati dal desiderio di un figlio e dal senso di fallimento. Entrambi diventeranno padre e madre grazie alla fede. La vita non è frutto dello sforzo dell’uomo, della sua prestazione, ma è dono di Dio da accogliere. La fecondità viene dalla fede e questo vale per ogni vocazione.

La fecondità per Abramo e Anna passerà non solo dal ricevere un figlio in dono, ma dalla perdita dello stesso. Entrambi saranno chiamati a riconsegnare il figlio al Signore, segno della gratuità che ogni padre e madre sono chiamati a vivere, perché la vita di chi abbiamo generato non ci appartiene.

Zaccaria ed Elisabetta ci hanno mostrato una fecondità che diventa profezia. I due anziani hanno un atteggiamento opposto di fronte alla chiamata di Dio. Il sacerdote non si apre alla novità di Dio, rimane ancorato alla legge e con la sua incredulità mette un muro alla fecondità. Non vuole mettere il suo corpo, a differenza di Elisabetta, che invece accoglie l’irrompere di Dio nella sua vita, rompendo una logica antica. Il suo no a quanti vogliono chiamare il figlio con il nome del padre diventa profezia. La vita è dono di Dio non frutto della legge.

Segno dell’accoglienza dell’irrompere di Dio nella storia è il sì di Maria. La risposta alla chiamata di Dio tuttavia non esime dall’esperienza del vuoto. Maria di Magdala di fronte al sepolcro diventa allora testimone della fecondità che nasce dallo stare di fronte a un vuoto che non può essere umanamente riempito. Da questo suo stare di fronte al vuoto nascerà la Chiesa.

Alcuni interrogativi e provocazioni continuano a risuonare nel cuore. Smetteremo di cercare di “conquistare la vita”, accettando di accoglierla in dono da Dio, disposti a graffiare il cielo come Anna pur di riceverla in dono? Sapremo vivere la logica della gratuità di chi riconosce che ogni figlio o frutto della propria missione non gli appartiene? Siamo disposti a rispondere alla chiamata di Dio, mettendoci tutto il nostro corpo, divenendo con le nostre vite segno della nudità redenta? Sapremo restare di fronte al vuoto nell’attesa che Dio renda fecondi i nostri grembi e le nostre vite, per generare nell’oggi della storia la Chiesa e l’umanità?

 

Suor Anna Chiara, novizia clarissa

 

È stata un’esperienza ricca di spunti di riflessione per noi giovani in formazione, quella che abbiamo vissuto a Ranica.

Il clima familiare in cui abbiamo trascorso la giornata ci ha permesso di vivere all’insegna dell’amicizia, nella gioia di ritrovarci uniti nella preghiera e nell’ascolto.

È stato bello, nel pomeriggio, il lavoro di gruppo e condivisione di esperienze di vita comunitaria sul tema della fecondità a partire dal prezioso contributo dell’esperta Rosanna Virgili, biblista, che ci ha presentato alcuni personaggi biblici la cui esperienza intensa di fede è stata alla base della fecondità.

Le persone feconde nella Bibbia sono coloro che partecipano della benedizione del Signore; quelle che vivono le vicende della loro vita con coraggio, sapienza, intelligenza e con una consapevolezza molto forte di essere amati da Dio. Abramo è stato un uomo realizzato nel campo economico ma non aveva un’eredità, dei figli che potessero tramandare il suo nome per le generazioni future; egli però credette nella promessa di Dio ed ebbe una discendenza. Il primo atto di fecondità per Abramo, come per ognuno di noi è quello della fede. Credere significa che la vita come vocazione non è da intendersi come un insieme di prestazioni che attirano la grazia di Dio ma piuttosto un riceverla come dono gratuito del suo cuore misericordioso di padre. Nella fecondità c’è il passaggio nella fede e dell’alleanza con Dio che nell’esperienza del patriarca ha voluto dire consegna dei propri figli. La perdita fa sperimentare la grazia che è il massimo della fecondità, quindi la gratuità è la cartina di tornasole della fecondità. Questo dà speranza in un futuro di vita pieno della fecondità di Dio che rende fertile il deserto del nostro cuore e rinnova il volto delle nostre comunità sempre più povere di vocazioni.

Credere è anche consegnare ogni nostro desiderio di vita, ogni povertà e fragilità nelle mani di Dio sapendo che tutto in lui assume un valore aggiunto di speranza. Tutto ciò comporta vivere con povertà e abbandono fiducioso nel Padre senza voler possedere nulla, nemmeno le forme tradizionali del nostro vivere la vita consacrata. Quello che può comportare perdita di schemi e strutture per le nostre comunità sarà, allora, motivo di fecondità per noi come per tutta la Chiesa.

Suor Rita Maria

(particolare: la lampada)



 Galleria fotografica
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Maria, ci porta al Figlio. Spaziatore
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Biblista Rosanna Virgili Spaziatore
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In sala Spaziatore
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Celebrazione dell'eucaristia. Spaziatore
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Condivisione della tavola! Spaziatore
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Scatti in giardino. Spaziatore
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